“Rischiare di amarsi” pensieri di una ventenne sul matrimonio

Se penso al matrimonio, penso al rischio di amare una persona per tutta la vita…

«Un giorno, quando sarai abbastanza grande, troverai l’amore, ti sposerai e avrai dei figli», queste sono le parole che mia madre mi diceva quando ero ancora una bambina, nello stesso identico ordine logico, ma che per me era solo un susseguirsi di frasi dette al vento.

Perché, in fondo, come puoi  pensare di fare dei passi così importanti quando hai sette anni e ti fa schifo perfino l’idea di baciare sulla bocca qualcuno?

E allora ti riprometti che ti distinguerai sicuramente dalla massa, che ti basterai da sola e che non avrai bisogno di nessuno.

Ed ecco che, inevitabilmente, senza controllo e imprevedibile come una pioggia d’estate, chi arriva?

Il primo amore  che  ribalta l’equilibrio dei tuoi pensieri e una triste giornata di pioggia diventa l’occasione imperdibile per scambiarsi coccole sul divano.

Poi, un giorno per caso, tutto finisce.

Scendi dalla nuvoletta che ti faceva viaggiare “tre metri sopra al cielo” e trovi il pavimento. Metti i piedi per terra e nemmeno il sole ti fa sentire meglio ma devi reagire: riprendi in mano la tua unicità, ripensi a come rialzarti ed essere felice convincendoti che la tua vita sia una scelta prioritaria indipendentemente da qualcun altro.

E’ come quando guardi un film.

E’ realistico, non puoi arrabbiarti per un finale realistico.

Forse è proprio il “e vissero felici e contenti” che dovrebbe farti incazzare.

Bisognerebbe essere capaci di chiudere il capitolo e saltare le cose che non ti va di rivivere e passare ad un momento che ti piace di più.

Ma il senso della vita consiste proprio nella magia degli incontri come momenti temporali senza pagine bianche perché non importa cosa accade, la vita semplicemente va avanti e nulla ti lascia mai un attimo di pausa per riprendere fiato e la speranza di incontrare, finalmente, l’uomo giusto continua a persistere nel tuo cuore.

Perché non incontreremo sempre quelli sbagliati, deve finire, per forza.

Passato il momento criptico in cui vorresti tornare all’età dei tuoi sette anni, rimetti in moto gli ormoni assopiti.

Ti vesti, ti trucchi, abbandoni il pigiamone sul letto, metti il segnalibro al romanzo che stai leggendo e speri fiduciosa in un nuovo incontro.

Ho 20 anni, amo i miei due gatti, la musica, il canto e mi piace scrivere, ho sogni e progetti a lungo termine.

A settembre andrò a vivere a Parma nel campus universitario.

Credo che la tenacia e la determinazione siano doti onnipotenti, che ti facciano arrivare dove vuoi al di la del talento che da solo non costituisce meta per arrivare agli obiettivi.

Credo nel successo della mia vita personale e professionale cercando di vedere infinite possibilità là dove un’ altra persona ne vede solo una.

La differenza consiste proprio nell’atteggiamento nel porsi di fronte alle difficoltà, leggerne le possibilità ed iniziare un nuovo capitolo.

E’ per questo che quando penso al matrimonio, già mi diverto perché sappiamo tutte cosa significa, o no?:

“Totale. Controllo. Sugli. Uomini”.

Forse il tema di questo scritto dovrebbe proprio essere questo:

Come immagino la vita di coppia.”

Facciamo finta di aver già trovato l’uomo dei nostri sogni, sempre che esista, ed è arrivato il fatidico giorno che tutte noi donne sogniamo: il matrimonio.

Siamo sull’altare e non stiamo capendo un’emerita mazza di quello che il prete sta dicendo, perché col pensiero siamo già catapultate nella nuova casa, pensando a quali tende mettere nel salotto, se blu cobalto oppure blu ceruleo.

Questo nostro brutto difetto di essere multitasking!

Sappiamo già che se chiedessimo, al nostro caro maritino un consiglio sulla tonalità di colore da scegliere, ci risponderebbe: “ fai tu, per me è lo stesso”.

E come Ponzio Pilato lavarsene le mani diventa un’occasione preziosa per non complicarsi la vita ulteriormente o è proprio una mancanza di geni maschili quella di non avvertire la gradazione di un colore….?

Non so se lo scopriremo mai…

Con il nuovo nido condiviso, inizia la routine: lavoro, faccende domestiche, cucina, riuniti a cena con la famosissima frase: «Com’è andata al lavoro oggi?».

Film sul divano, lui che si addormenta all’introduzione e tu che lo svegli ai titoli di coda, e poi è già domani.

In tutto questo subentrano i difetti, le litigate, i “non ti sopporto più” reciproci, ma anche i “facciamo pace”, le scuse, quasi ogni volta da parte sua perché noi abbiamo ragione a prescindere, e l’amore continua a crescere, facendo prendere, magari, la decisione di passare alla prossima tappa: i figli.

E il ciclo si ripete.

Con i figli arriva il momento di fare un tuffo nel passato perché è probabile che ci pongano la domanda: «Come vi siete conosciuti tu e papà?», e quasi sempre tocca a noi mamme, spiegarlo perché loro non si ricordano nemmeno cos’hanno mangiato la sera prima.

Il bello di noi donne, invece, è che riusciamo a ricordare ogni singolo dettaglio del primo incontro, a riviverlo come fosse ieri e forse anche un po’ troppo, perché abbiamo anche il dono innato di complicarci la vita.

Abbiamo questa naturale capacità di memorizzare tutto ciò che ci emoziona e conservarlo per sempre.

Gli uomini non ricordano i dettagli ma, al contrario, associano il vissuto in un contesto generale molto semplice ed immediato.

Esordiscono con frasi ricorrenti del tipo:

«La prima volta ci siamo conosciuti in quel bar, quello in centro a Firenze, com’è che si chiamava?», e tu pensi che non è tanto il nome del posto che uno deve ricordarsi, quanto il fatto che non era un bar bensì un ristorante.

Ma non è nemmeno questo.

Quando subentra la fase femminile logorroica ad una innocente domanda su ciò che ha colpito la nostra attenzione durante il primo incontro, noi possiamo scatenare l’inferno e dilungarci in un intero monologo in cui descriviamo perfettamente i dettagli che ci hanno fatte innamorare.

Al contrario, la loro risposta è quasi sempre: «Le tue tette» o, per chi non le avesse: «Il tuo culo».

(Forse anche noi dovremmo rispondere allo stesso modo)

Poi arriva tutto il resto, “il tuo sorriso, i tuoi occhi, il tuo modo di fare…”, parole che devi cavargli dalla bocca con una pinza per sentirtele dire.

Nel complesso, però, è impossibile non amarli anche per questo: per il loro essere dannatamente schietti in tutto.

Ho sempre creduto nell’amicizia tra un maschio e una femmina, due mondi paralleli, un po’ come lo Yin e lo Yang: gli opposti dell’universo, il giorno e la notte, il freddo e il caldo, il sole e la luna, il buio e la luce.

Due entità così diverse tra di loro, ma che non possono vivere l’una senza l’altra.

Perché, in fondo, cos’è un compagno di vita?

Un migliore amico, un amante, la persona di cui ti fidi più di chiunque altro al mondo, che ti conosce come le sue tasche, colei con cui puoi parlare di tutto senza essere giudicata, mai.

Si dice che se un uomo ti ama conoscendo tutti i tuoi difetti, è la persona giusta perché quel “malgrado” fa la differenza.

È la persona che all’inizio ti fa tornare indietro, in quel tempo ormai remoto dove ancora non potevi capire le parole dei tuoi genitori, e che poi ti fa viaggiare nel futuro, pensando che un giorno dirai le stesse identiche cose ai tuoi figli che, a loro volta, le tramanderanno solo quando troveranno la loro eterna felicità.

Amare è dunque rischiare di essere corrisposti e mostrare i propri sentimenti, ma il rischio più grande rimane quello di non avere il coraggio di rischiare.

Giulia Paradiso

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